Un torii è un arco: due pali verticali sostengono uno o due traversi orizzontali, quasi sempre dipinti di rosso vermiglio, e questa struttura così semplice segna l’entrata ai santuari del Giappone da secoli. Chi lo attraversa non passa per una porta con battenti che si chiudono, ma per una soglia senza serratura né catenaccio. Importa più il gesto che l’oggetto in sé. Questa idea così semplice spiega perché questo simbolo si riconosce al primo sguardo, abbia qualcuno calpestato il Giappone o no.
Che cosa significa il torii: la porta che separa due mondi
Che cosa significa il torii ha una risposta breve: segna il limite tra il mondo delle persone e il territorio dei kami, gli spiriti dello shintoismo. In questa religione non c’è un confine fisico tra il sacro e il quotidiano, quindi serve un avviso simbolico, e quell’avviso è il torii. Attraversarlo equivale a un piccolo rituale di attenzione: rallentare il passo, camminare sui lati del sentiero (il centro si riserva ai kami stessi) e entrare in uno spazio dove le norme cambiano un po’. Nessun torii blocca il passaggio fisicamente. Può aggirarsi, saltarsi, ignorarsi senza sforzo. Ma quasi nessuno lo fa, perché l’arco funziona come promemoria, non come muro. Un tempio può avere uno solo all’entrata del recinto o diversi disposti a gradini, ognuno che segna un livello diverso di prossimità al sacro.
Da dove viene la parola torii
La parola si divide in due parti con lettura propria: tori, uccello, e i, posarsi o abitare. Torii sarebbe allora «dove si posano gli uccelli», e questa etimologia si accorda con una leggenda molto diffusa sulla dea del sole Amaterasu. La mitologia racconta che Amaterasu si rinchiuse in una grotta e lasciò il mondo al buio, e che gli altri dei riunirono galli perché cantassero e la facessero uscire con il loro grido. Il torii, in questa lettura, sarebbe il posatoio dove questi uccelli si collocarono per chiamarla. Nessuno può confermare del tutto l’origine reale della struttura, e lì sta l’interesse: alcuni autori la collegano al torana, l’arco cerimoniale che arrivò dall’India insieme al buddhismo; altri la imparentano con i pailou cinesi, portici commemorativi di forma simile. Entrambe le teorie convivono senza che si sia risolta quale pesa di più, e questa incertezza dura da secoli senza disturbare nessuno in Giappone: il simbolo funziona allo stesso modo, si spieghi come si spieghi.
Forme, colori e tipi di torii
Esistono due grandi famiglie. La prima, shinmei, si costruisce solo con linee rette: un traverso superiore diritto, due pali e una barra d’unione, senza curve né ornamenti. Si considera lo stile più antico e anche il più austero. La seconda famiglia, myojin, incorpora un traverso superiore curvato verso l’alto alle estremità, il che gli dà un aspetto più leggero e decorativo, e compare solitamente nei santuari di maggiori dimensioni. Dentro myojin ci sono varianti regionali, come il torii kasuga, con il traverso dritto ma i pali terminati in modo diverso.
Nemmeno il colore è casuale. Il rosso vermiglio tradizionale non cerca solo attirare l’attenzione: si ritiene che protegga il legno dall’umidità e dal passare del tempo, e allo stesso tempo allontani gli spiriti maligni, una simbologia associata soprattutto ai santuari dedicati al dio Inari. Fushimi Inari, a Kyoto, è l’esempio più fotografato, con un sentiero che sale la montagna e riunisce circa 10.000 torii donati da commercianti e famiglie dal periodo Edo, ognuno come ringraziamento per un desiderio esaudito. Accanto a questi archi vigilano volpi di pietra, i kitsune, considerati messaggeri dello stesso Inari. In tutto il Giappone ci sono più di 80.000 santuari shintoisti registrati, e praticamente tutti condividono questo stesso elemento d’ingresso, anche se le dimensioni e il materiale variano da uno all’altro.
Anche il materiale varia a seconda dell’epoca e del budget di ogni santuario. Il legno era l’opzione originale, ma si deteriora con l’umidità del clima giapponese, così molti torii moderni si ergono in pietra, in cemento armato o persino in acciaio dipinto per imitare l’aspetto della lacca tradizionale. I santuari con più risorse mantengono il legno e lo riparano ogni pochi decenni, una spesa che affrontano con orgoglio perché fa parte del rito. I più modesti, invece, optano per materiali che non richiedono manutenzione costante, e nessuno considera che questo riduca il valore spirituale dell’arco. Fushimi Inari, dedicato al dio Inari dall’anno 711 della nostra era, è il santuario capo dei più di 30.000 templi che venerano questa divinità sparsi in tutto l’arcipelago, prova di quanto diffuso sia questo culto specifico all’interno dello shintoismo.
Il piccolo rituale di attraversare un torii
Prima di arrivare all’edificio principale di un santuario, il visitatore solitamente trova una fontana di pietra chiamata temizuya, pensata per lavarsi le mani e sciacquarsi la bocca prima di procedere. Il gesto viene da lontano: l’acqua purifica, e questo passo preliminare prepara la persona ad attraversare il torii con le mani pulite, in senso letterale. Già all’interno del recinto, due figure di pietra solitamente vigilano il cammino su entrambi i lati, i komainu, con forma di leone e cane allo stesso tempo, uno con la bocca aperta e l’altro chiusa. Nessuno esige di seguire questi passi alla lettera, e buona parte dei turisti li ignora senza che accada nulla. Ma chi si prende il minuto di fermarsi al temizuya e fare un leggero inchino prima di passare sotto l’arco nota una differenza reale nel modo in cui vive il luogo, anche se non professa lo shintoismo né intende una parola di giapponese. I santuari grandi non si accontentano di un torii all’ingresso: solitamente ne collocano altri più piccoli nel percorso verso il santuario interno, e ognuno segna un grado diverso di vicinanza al sacro, come strati della stessa idea ripetuta.
Il torii galleggiante di Miyajima
Se il torii classico ha una versione cartolina, è questo. Nell’isola di Miyajima, di fronte alla costa di Hiroshima, il santuario Itsukushima ha eretto il suo primo torii intorno all’anno 1168 su commissione del nobile Taira no Kiyomori. La struttura è stata ricostruita più volte da allora: è crollata, ha preso fuoco, è stata sostituita, e la versione che si vede oggi, la nona, è stata completata nell’anno 1875 e misura 16,8 metri di altezza e pesa circa 60 tonnellate, e non ha fondamenta sotto l’acqua: si sostiene solo con il suo peso, conficcato nel fondo sabbioso della baia. Con l’alta marea sembra galleggiare sul mare; con la bassa marea, la gente cammina fino ad esso e tocca il legno. Questo contrasto, acqua e terra nello stesso luogo a seconda dell’ora del giorno, rende Miyajima uno dei luoghi più visitati del Giappone, e a me sembra l’esempio perfetto di come un oggetto di legno e lacca possa riassumere un’intera religione senza aver bisogno nemmeno di una parola scritta.
L’insieme di Itsukushima è entrato nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco nell’anno 1996 e ha subito un restauro approfondito tra il 2019 e il 2022: riparazione dei danni da termiti, verniciatura resistente ai raggi ultravioletti e rinforzo strutturale con bande di acciaio e fibra di carbonio, tutto pensato affinché il mare continui a non poter nulla contro di esso. La scena ricorda altri paesaggi d’acqua molto presenti nella simbologia giapponese, come gli stagni con carpe koi che bordano i giardini di molti templi, anche se il torii di Miyajima gioca in un’altra categoria per dimensioni e per storia.
Il torii come icona nell’estetica pixel
La silhouette del torii ha fatto il salto dal santuario allo schermo senza perdere nemmeno un tratto. Due pali e una traversa si riassumono in pochissimi pixel, quindi risulta un’icona gradita per qualsiasi design minimalista, da un logo a una mappa turistica. Nell’estetica retro a otto o sedici bit, quella stessa forma è spesso usata per marcare un punto di salvataggio o un luogo di riposo all’interno di un livello, un’allusione visiva all’idea originale: un luogo dove il giocatore si ferma, respira e decide se proseguire. La forma non cambia, cambia il contesto, proprio come accade con altri simboli che hanno percorso lo stesso cammino, come il maneki-neko che saluta dalla vetrina di qualsiasi negozio. Questa capacità di viaggiare tra un tempio di legno secolare e lo schermo di un cellulare dice abbastanza su quanto bene sia stato progettato il simbolo fin dall’origine: poche linee, molto significato, zero necessità di testo.
Al di fuori dei videogiochi, lo stesso arco appare nei cartelli delle stazioni, nelle mappe di trekking e persino nell’arte giapponese più contemporanea, dove convivono l’inchiostro tradizionale e il tratto geometrico. La lettura non varia: soglia, transito, un prima e un dopo segnati con due pali e una linea sopra.
Domande frequenti
Cosa significa il torii giapponese in poche parole?
Segna l’ingresso in uno spazio sacro all’interno dello shintoismo. Non blocca il passaggio né agisce come una porta fisica: avverte che, da quel punto in poi, il visitatore entra nel territorio dei kami.
Perché i torii sono solitamente rossi?
Il vermiglio è tradizionalmente associato alla protezione contro il legno marcio e gli spiriti maligni, soprattutto nei santuari dedicati al dio Inari. Non tutti i torii hanno questo colore: ce ne sono di pietra non verniciata, di metallo o di legno naturale, secondo la tradizione del santuario.
Si può attraversare un torii senza essere religioso?
Sì, qualsiasi visitatore può passare sotto un torii senza praticare lo shintoismo. L’usanza richiede di camminare su un lato del sentiero e di fare un piccolo inchino prima di entrare, un gesto di rispetto più che un requisito religioso.
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